Archivio per November, 2000

Nov 16 2000

Da CNN on line: I Pericoli delle Dighe nel Mondo

Pubblicato da alfaggio in Rassegna Stampa

Da CNN online

Popoli e dighe: i costi dello sviluppo

L’industria delle dighe fattura 40.000 miliardi di lire

ogni anno. Le dighe forniscono il 19 per cento

dell’energia del mondo e permettono l’irrigazione

del 30-40 per cento del terreno coltivato sulla Terra.

In tutto il mondo dal 1950 a oggi sono costruite

45.000 grandi dighe. Per far posto alle acque, fra i

40 e gli 80 milioni di persone sono state spostate:

moltissime di loro hanno vissuto o vivono in uno

stato di assoluta povertà. Gli spostamenti

continuano al ritmo di 2-4 milioni di persone

all’anno. Sulle dighe negli ultimi anni si è

scatenata una guerra fra gli ambientalisti e

difensori dei diritti umani da una parte, e i governi e

i gruppi costruttori dall’altra.

Ora un rapporto indipendente accusa: lo sviluppo è

stato portato avanti a scapito delle popolazioni

coinvolte e dell’ambiente.

Popoli e dighe: i costi dello

sviluppo

nel rapporto della Commissione

mondiale

16 novembre 2000

Articolo messo in Rete alle 13:44 ora italiana (12:44 GMT)

Dure critiche a tutti i progetti

All’interno:

I diritti calpestati

Il quadro

L’utilità

Le nuove linee di azione

…e in futuro?

Articoli precedenti e siti

di Francesca Caferri

ROMA (CNNitalia) — Novecento

casi presi in considerazione in 56

Paesi, 17 pubblicazioni tematiche, 125

studi approfonditi ambientati in 56

Stati. Sono i numeri della

Commissione mondiale sulle dighe

(Wcd), che dopo due anni di lavoro

condotto insieme a 68 organizzazioni

di 34 Paesi ha presentato oggi a

Londra il suo rapporto finale: il più

completo studio mai effettuato sulla

situazione delle dighe e sulla gestione

delle risorse idriche ed elettriche.

“Consideriamo questo lavoro una

pietra miliare sulla strada dello

sviluppo nel XXI secolo”, ha spiegato

il professor Kader Asmal, presidente

della Commissione e ministro

dell’Educazione del Sudafrica.

Accanto a lui e a Nelson Mandela due

personaggi simbolo delle due facce

della medaglia dello sviluppo: la

commissaria Onu per i Diritti umani

Mary Robinson e James Wolfensohn,

presidente della Banca mondiale - il

principale finanziatore di dighe al

mondo.

Proprio dalla volontà di avvicinare i

due punti di vista su una questione

tanto delicata, nel 1997 nacque la

Commissione. Finanziata dalla Banca mondiale e dalle organizzazioni non

governative di tutto il mondo, aveva lo scopo di studiare i limiti e i benefici

dei progetti e mettere la parola fine alla battaglia fra i sostenitori delle dighe e

il movimento degli ambientalisti che in tutto il mondo si batte contro la loro

costruzione.

I diritti calpestati

I risultati dello studio sono a loro modo rivoluzionari. Pur ammettendo che le

dighe hanno dato un importante contributo allo sviluppo umano, la Wcd

mette l’accento su un argomento spesso secondario nel dibattito sullo

sviluppo, quello del rispetto dei diritti umani e dell’ambiente. “Troppo spesso

per arrivare ai benefici garantiti da una diga - recita la conclusione del

rapporto - sono stati pagati prezzi inaccettabili e spesso non necessari in

campo sociale e ambientale”.

Costi spesso ricaduti in maniera

sproporzionata sugli strati più poveri

della popolazione, sulle popolazioni

indigene e su altri gruppi sociali

particolarmente vulnerabili”. Sotto

accusa il numero delle persone

sradicate dalle loro terre per far posto

alle acque, la disinformazione sul loro

destino, gli inesistenti rimborsi in

termini di soldi e di terre: in una parola

il ruolo marginale dato all’impatto

sociale e ambientale di fronte alle

ragioni della crescita economica. “Una

diga - ammoniscono le conclusioni del rapporto - non dovrebbe mai essere

costruita senza l’assenso delle persone coinvolte”.

Il quadro

Secondo i dati della Wcd, negli ultimi 50 anni fra i 40 e gli 80 milioni di

persone - l’equivalente della popolazione della Spagna o della Germania -

sono state mandate vie dalle loro terre per far posto a una diga. In moltissimi

casi, i programmi di reinsediamento della popolazione non sono stati attuati o

sono falliti. Attualmente gli spostamenti proseguono al ritmo di 2-4 milioni di

persone l’anno, soprattutto in Cina e in India.

Dal 1950, 45.000 grandi dighe - ovvero costruzioni alte più di 15 metri -

sono state create per rispondere ai crescenti bisogni di acqua o di energia

elettrica: molte di più sono quelle di proporzioni minori.

Oggi quasi tutti i grandi fiumi del mondo sono interrotti nel loro corso da una

grande diga. Giganti che forniscono in tutto il 19 per cento dell’energia

utilizzata al mondo, permettono l’irrigazione del 30-40 per cento dei 271

milioni di ettari di terreno coltivato sulla Terra e in molti Paesi hanno

permesso la creazione di industrie e posti di lavoro. Ma che negli nello

stesso periodo hanno provocato la morte di 13.500 persone nel mondo

(Cina esclusa: Pechino non fornisce dati sull’argomento, ma dal 1950 a oggi

nella Repubblica popolare sono crollate quattro dighe) e distrutto la vita di

milioni di altre.

In tutto l’industria delle dighe fattura 20

miliardi di dollari l’anno, circa 40.000

miliardi di lire: negli anni ‘70 - quando

la costruzione di dighe toccò i livelli

massimi - in media due o tre grandi

dighe erano commissionate ogni giorno

in qualche parte del mondo.

L’utilità

Ma quanto sono realmente serviti

questi giganti di cemento? “Nella

costruzione delle grandi dighe - spiega

il rapporto - c’è una spiccata tendenza a ritardi in termini di tempo e ad

aumenti dei costi. Inoltre, c’è una considerevole porzione di fallimenti nel

raggiungimento degli obiettivi, sia dal punto di vista economico che fisico

(irrigazione e fornitura di acqua n.d.r.)”.

“Gli impatti sui fiumi e sugli ecosistemi sono stati più negativi che positivi -

sottolinea il rapporto - gli sforzi fatti per limitare i danni alla natura sono stati

insufficienti”. Ma non basta: “Ancora più significativo è il fatto che i gruppi

sociali che maggiormente hanno dovuto sopportare i costi derivati dalle

dighe, spesso non sono stati quelli che ne hanno ricevuto benefici in termini

di acqua, elettricità o sviluppo sociale”.

Alla luce di queste considerazioni negli ultimi anni molti Paesi hanno scelto di

seguire altre strade nell’ambito della politica idrica e energetica: alcuni hanno

anche iniziato a smantellare le dighe e a promuovere iniziative di recupero

degli ecosistemi danneggiati. Politiche costose che soltanto i Paesi più ricchi

possono permettersi: nelle nazioni con economie arretrate e con popolazione

- e quindi bisogni idrici ed energetici - crescente le dighe sono ancora una

scelta economica di primo piano. Attualmente il Paese con maggiori progetti

in fase di realizzazione è l’India, dove sono in costruzione un numero di dighe

variabile da 960 a 695 a seconda delle fonti. Seguono la Cina (280) e la

Turchia (193).

Le nuove linee di azione

Per questo, nella conclusione del suo rapporto la Commissione ha

raccomandato l’adozione di un quadro di azione diverso. Sono state

individuate sette priorità strategiche da rispettare nel progettare una diga:

valutazione d’impatto complessiva (quindi anche sociale e ambientale),

ricerca di alternative, tentativo di sfruttamento più ampio delle dighe già

esistenti, conservazione dell’ecosistema, allargamento dei benefici a fasce più

ampie di popolazione, dando la priorità a chi è maggiormente colpito dal

progetto.

La Commissione raccomanda inoltre

di ascoltare e considerare i diritti delle

popolazioni interessate, il cui parere

deve essere un elemento vincolante

nelle scelte sul progetto. E infine -

raccomanda la Wcd - deve essere

garantita una politica di condivisione

delle risorse idriche fra Paesi: no

dunque al blocco unilaterale delle

acque da parte delle nazioni che

controllano l’alto corso o le sorgenti di

un fiume.

…e in futuro?

La Commissione raccomanda la revisione in base a queste linee dei progetti

attualmente in corso, molti dei quali duramente contestati proprio per il

mancato rispetto degli aspetti sociali e ambientali. “Se le linee guida

raccomandate dalla Wcd fossero state seguite in passato - commenta

Patrick Mc Cully di International Rivers Network, una delle principali

associazioni ambientaliste del mondo - molte dighe non sarebbero mai state

costruite: fra quelle in costruzione oggi che violano apertamente questi

principi ci sono quella di Ilisu in Turchia, quella sul Narmada in India e quella

delle Tre Gole in Cina”.

Le linee guida della Commissione però non sono vincolanti: per capire se

avranno un effetto reale sulla politica di sviluppo dei prossimi anni, bisognerà

vedere come saranno recepite dai governi e dai consorzi costruttori delle

dighe. “Questo lavoro è un passo avanti importantissimo - ammette

comunque Antonio Tricarico della Campagna per la Riforma della Banca

mondiale, che da anni si batte contro la costruzione di nuove dighe - perché

riconosce il diritto delle popolazioni a dire la loro e ad avere dei

risarcimenti”.

“Per i costruttori di dighe gli errori passati sono serviti soltanto ad accrescere

l’imponente arco della loro curva di apprendimento - commenta la scrittrice

indiana Arundhati Roy, sostenitrice del movimento anti-dighe del suo Paese

- è ora che capiscano che questo arco ha distrutto la vita di milioni di

persone”.

ARTICOLI PRECEDENTI:

Questa diga non sta in piedi, dubbi europei sul progetto turco

13 novembre 2000

La Corte suprema dice sì alla mega-diga sul Narmada

20 ottobre 2000

SITI COLLEGATI:

International rivers network e la Wcd

La Commissione mondiale sulle dighe

Campagna per la riforma della Banca mondiale

Gli amici del Narmada

Consiglio mondiale dell’acqua

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